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Doveva succedere prima o poi

13.12.2018



Sonopassati quattro giorni da quando ho lasciato Budapest e i miei nuovi amici e, tra lavoro online e camminate lunghe e adorate, non ho avuto molto tempo per scrivere, ma ora eccomi qui in un bar per ricordare su carta gli ultimi avvenimenti.

Dopo che a Kesckemet ho trovato una nuova cara amica in Zsuzsa che mi ha ospitato in famiglia e dopo che padre Jozef ha accettato di ospitarmi nell'atrio della chiesa al mattino presto, erano le 5, e' venuto a svegliarmi poiche' alle 5.30 iniziavano a venire le vecchiette per il rosario. E cosi' e' stato. Stavo ancora finendo di sistemare lo zaino quando una sfilza di tenere vecchiette entravano una ad una in fila indiana non prima di avermi squadrato, scrutato e silenziosamente giudicato. Indignate per il fatto che occupassi l'atrio di uno spazio sacro entravano nel tempio del dio dei poveri, di certo "il piu' incontestabile tra gli dei" come diceva Baudelaire.



Solo un signore mi ha stretto amichevolmente la mano sorridendo con gli occhi e con l'anima e sono rimasto un po' di tempo per poter salutare padre Jozef e ringraziarlo.


Trascinato dal mattino seguo il suono dei passi che rompono il ghiaccio della notte. Il mio volto vi si riflette dentro come uno specchio rotto e attraverso nebbia, l'odore di carne, cipolla e paprika gia' sul fuoco. In un attimo mi ritrovo a camminare di fianco a campi popolati da daini che scappano appena si accorgono del mio ingombrante passaggio.



Quando il sole si e' fatto alto potevo distinguere tutto intorno e mi ha incuriosito un cubotto in mezzo agli alberi. Una volta era una casa e vi ho trovato i documenti di Pal Fanos e Madla Maria. Documenti risalenti al 1957. E' evidente che negli ultimi anni la casa sia stata il rifugio di fortuna di qualche disgraziato avventore del quale sono rimasti rimasugli di grasso e ciccioli in bottiglie, panni sporchi e altri sintomi di miseria. Ma prima, in quella casina nel bosco, che cosa ci sara' stato... amori? Speranze? Quante depressioni? Quali sofferenze? Avranno avuto animali? Gli avranno dato un nome? Ci vivevano in inverno? O solo un per villeggiare?


Qualunque sia stata la storia di quella casa ora non e' nient'altro che un covo ragnatele, con scheletri di ragni, api regine nei cassetti e un amaro senso di malinconia che pare sussurri crudamente : «qui nulla e' imperituro!»


Camminare nella Puszta, l'immensa steppa unghera, e' un tuffo indietro nel tempo. Bufali dalle corna oblunghe, lepri e daini, volpi e falchi immersi in un giallo senape. Un deserto di steppa sconfinata e chilometri e chilometri di solitudine. I piedi affondano nel fango, il passo si fa pesante e, in un attimo, e' buio.


Attraverso un centro abitato, lo capisco solo perche' dei cani abbaiano, ma non si vede niente. Dove sono? Dove vado? Il cielo si annuvola, rischia la pioggia e ho bisogno di un tetto, di qualsiasi genere ma che mi ripari il sacco a pelo dalla pioggia. Per fortuna il telefono mi da un ultimo segnale di vita. Scopro che alla mia destra e alla mia sinistra ci sono dei laghi e che proseguendo per 3 chilometri sarei arrivato in un paese che si chiama Palmonstora. Ancora 3 chilometri... i piu' pesanti di questo viaggio.


Raggiungo una strada, le macchine mi sfrecciano affianco e penso "un tetto!". Cammino fino a quando il mio "senso di ragno" mi fa girare a sinistra in un campo di grano e scorgo, poco piu' in la', una recinzione mancata. L'attraverso e mi ritrovo in una vecchia serra abbandonata. Perlustro il territorio. La casa di quel terreno pare anch'essa cedere al tempo. Il soffitto e' pericolante e non posso dormirci all'interno, e' pericoloso e io cerco un tetto sopra la testa... non dentro. Trovo un materassino di fortuna, di quelli che si usano per ospiti occasionali e il mio tetto sara' quel che rimane della serra.



La notte passa veloce, il sacco a pelo invernale fa il suo lavoro anche se al mattino tutt'intorno e' ghiacciato. Allora inizia il giorno! Mi avvio verso la Coop per fare provviste del giorno e... PRIMA O POI DOVEVA SUCCEDERE.


Entro nel supermarket compro panini, biscotti, salame, saluto le persone e le persone mi salutano. Tutto regolare. Esco. Mi siedo sulla panchina fuori il supermarket per mangiare i biscotti della colazione mentre noto che da lontano un signore e una signora mi fissano profondamente. Inizio a capire che il momento si avvicinava. Infatti mentre si accosta loro una macchina dei Rendorseg (polizia), mi indicano e dopo qualche minuto eccoli da me.


Mi dicono qualcosa in magiaro. Gli dico di parlarmi in italiano o in inglese mentre mangio i miei biscotti. Mi chiedono la carta d'identita'. Mi chiedono che cosa stessi facendo «vado a Pechino a piedi dall'Italia», gli rispondo.


«Perche'?»


«Per rompere quegli stessi pregiudizi che vi hanno chiamato.»


Ridono e dopo un veloce controllo se ne vanno.


Prendo il mio cammino indignato, sopratutto perche' tutte le persone che fino a poco fa erano cordiali nel supermarket ora mi vedevano come un pericolo pubblico. Dopo un po' che la rabbia mi consumava ho pensato che forse avrei dovuto guardare le cose da una prospettiva diversa.


In un giorno di sole, in un paesino sperduto dell'Ungheria, due persone semplici, vittime dell'informazione della televisione deviata da una politica che semina paura e terrore per accapararsi voti, vedono un tizio che cammina con uno zaino grande quanto una casa. La paura si accende nella gente e la politica attuale guadagna un voto.

Questo lavaggio del cervello fa piu' dispiacere che rabbia.



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