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La storia non finisce lí


Partito dalla Grotta del Mitreo ho camminato lungo la strada che mi portava verso Trieste e cercavo di salutare le persone, ma pochi ricambiavano il saluto. Non capivo, e solo oggi sono riuscito a comprendere grazie all’aiuto di Giuliano e Stella che mi stanno ospitando in questa sosta triestina.


La storia del Friuli è una storia di invasioni. Le tribù celtiche che popolavano la regione hanno subito continue invasioni da parte di romani, longobardi, veneti, turchi, francesi, austriaci. Con le invasioni dei longobardi, ad esempio, il nome latino di molte città venne sostituito con uno longobardo (come Forum Iulii, oggi Cividale del Friuli). In tutto questo invadere, i friulani hanno però mantenuto l’identità celtica.

E’ una regione che ha sofferto molto, col le sue diverse identità coesistenti. Eppure è un’identità forte quella del furlano e in tutto il mondo esistono dei circoli chiamati "fogular furlano".


«Nonostante siamo nel 2000 hanno ancora un’identità legata al fogolar, il focolare»


Trieste era una piccolissima città nel Medioevo e nel Rinascimento perché i veneziani avevano prediletto Muggia. Quando sono arrivati gli austriaci hanno deciso di trasformare Trieste nel porto dell’impero per cui da piccolo borgo medievale improvvisamente era diventata una città imperiale. E tutta la Trieste di oggi è stata costruita dal niente.


Al confine nord-occidentale della provincia di Trieste si trova il Monte Hermada, baluardo inespugnabile dell’esercito austro-ungarico a difesa di Trieste dove si sono combattute le battaglie dell’Isonzo. In questi luoghi vi è morta tanta di quella gente, tanto che in giro per il Carso la presenza delle trincee e della guerra è ancora “viva di morte”.


Poi c’è stata la Seconda Guerra Mondiale: fascisti e partigiani, e il Monte ha perso venti metri d’altezza a causa dei bombardamenti. Le foibe qui intorno sono state tombe, catacombe di massa dove la gente di entrambe le parti veniva letteralmente gettata. Il vicino era d’un tratto nemico… Che ironia nascere assieme, combattersi, per poi morire e decomporsi assieme.


Rivalità e differenze non hanno fatto altro che fortificare quegli antichi confini che oggi rendono le persone un po’ diffidenti. Come la zona di Monfalcone e di San Giovanni di Duino (o San Giovanni al Timavo), si tratta proprio di quei paesi che durante la Seconda Guerra Mondiale avevano costituito i due lati del confine italo-slavo e che si bombardavano vicendevolmente.


Mentre oggi Giuliano e Stella mi raccontavano di tutto questo, mi sono sentito uno scemo a essermela presa quando a Monfalcone e altre zone salutavo e non venivo ricambiato. O meglio, il mio io antropologo mi ha ricordato che c’è anzitutto da chiedersi il perché delle cose e ricercare il motivo per comprendere storicamente cosa possa aver portato a determinati atteggiamenti.



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