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Straniero a chi?


19.08.2018

Cetona, ore 12:00


Il tempo stringe, devo muovermi verso Firenze e saltare delle tappe quanto prima. Ho la percezione di seguire il flusso del viaggio come fossi una foglia che segue la corrente del vento, rendendomi strumento di un'energia invisibile che mi porta esattamente dove vuole che io vada.

In ogni caso, ieri pomeriggio, dopo essere stato a documentare il museo archeologico di Cetona, Lucia, del museo, ha chiamato per me l’Ostello della Gioventù per assicurarsi che fosse aperto e che avesse un posto per me. Oggi l’ostello ospita giovani migranti e rifugiati pur continuando a svolgere le sue funzioni di ostello. Una volta confermato il posto sono salito sulla rocca per scrivere le pagine di ieri. Mentre scrivevo il tempo è volato, si era fatto tardi per cui una volta arrivato all’ostello ho scoperto che la receptionist aveva finito il suo turno e se ne era andata. Seduto sulle scale dell’ostello pensavo alle varie solzioni per la notte quandoo mi si avvicina Lamin Mohammede che mi chiede come sto, o meglio «com’è?»

«Bene, ma potrebbe andar meglio»

E lui incuriosito mi cheide se volessi raccontargli la mia storia. Gli spiego i fatti e decide di aiutarmi «Ora chiamo Sonia»

«Ma no Lamin, non ti preoccupare, già l’ho chiamata e mi ha detto che non c’è molto da fare.»

«No, no, tu sei bravo ragazzo ora la chiamo io»

La chiama e dopo un po' di tempo ritorna con la chiave di una stanza. Sonia non sapeva dell’altra receptionist che aveva prepaparto una stanza con la chiave vicino la porta nell’evenienza che arrivassi.

Lamin Mohammede

Per ringraziare Lamin di essersi preoccupato per me gli offro di venire a mangiare i pici all’aglione che fanno nella piazza di fronte per la Festa dell’Unità. Accetta e davanti a questo piattone offerto dalle signore del PD gli chiedo se posso fargli delle domande riguardo la sua storia.

È giovane, ha 22 anni e viene da un piccolo paese del Senegal. Già da piccolo ha lavorato come falegname fino a quando un giorno, non troppi anni fa, ha il suo titolare ha perso il lavoro. Prima di allora aiutava la sua famiglia economicamente, ma la crisi lo ha costretto a prendere e partire verso l’Italia. Si aspettava un paese diverso, mi dice. La parte più difficile del suo viaggio è stato il deserto del Sahara più che il "deserto di acqua". Il deserto di sabbia lo hanno attraversato con la jeep e ci sono voluti giorni interi in cui guidavano giorno e notte con giusto il tempo per fare i propri bisogni. E qui mi faccio togliere una curiosità, per quanto sia in totale secondo piano rispetto all’intera questione. Prendo coraggio temendo che mi mandi a quel paese...

«E quando eravate in mare come andavate in bagno?» «No cibo, no bagno»


Gli chiedo allora come si trova in Italia come sono stati gli italiani. Ride.

Gli chiedo cosa fa ora. Mi dice che senza i documenti non può andare da nessuna parte. Sono già due anni che li aspetta, ma gli hanno dato solo un fermo ed il Wi-Fi. Mi dice che passa il giorno sul cellulare, è l’unica cosa che può fare oltre che giocare a calcio nel parco. E gli chiedo: «e tu cosa vorresti fare?»

«Io? Il falegname»


Donatella e i pici all'aglione

Quando cammino per le strade principali delle città, quelle dei negozi, i corsi del turismo, sento gli occhi delle persone scivolare su di me. O meglio, a volte scivolano, ma il più delle volte colpiscono con diffidenza, talvolta disprezzo, additando il fatto che la mia estetica non rientra nella loro norma. E questo spesso richiede una specie di sforzo da parte mia. Nel senso che mi devo ricordare di essere Daniele, studioso di antropologia e mitologie, fidanzato di Frieda e figlio di Ciro e Patrizia, che fa un cammino con delle convinzioni di fondo. Devo fare questo sforzo di memoria perché, inevitabilmente, gli altri sono uno specchio di quello che siamo e se mi attribuiscono immediatamente questi pregiudizi, sottilmente dimentico quello che sono e il perché faccio quello che faccio. Dico questo perché mentre camminavo con Lamin per la Festa dell’Unità sentivo ancora gli occhi puntati su di noi, eppure ero senza zaino e senza bastone. Allora mi sono reso conto che non erano me che guardavano. Purtroppo Lamin non può lasciare a casa la pelle nera e i capelli crespi, però purtroppo lascia a casa il bel sorriso gioviale con cui mi ha trovato un letto la sera prima, soggiogato dal peso del pregiudizio che si gli ci si appiccica addosso come se gli occhi delle persone fossero mosche sui cavalli nei giorni afosi d'estate.

La percezione di sé si crea nell’incontro con l’altro e spesso sono proprio i pregiudizi a crere i mostri quando non ci sono.


Festa dell'Unità

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