Sì, viaggiare!

Perché (per chi?)

Perché ci si dovrebbe scomodare per mettersi in viaggio?
Abbandonare la propria zona di comfort senza neanche la certezza di dove si stia andando, senza sapere cosa ci si appresta a mangiare e correre il rischio di sfidare l’ignoto. Perché?

Ognuno trova dentro sé le motivazioni personali che lo spingono ad affrontare il primo passo e affondare le proprie riserve nella speranza che ci sia sempre qualcuno pronto ad accoglierci. Eppure, al di là di ogni motivazione, nel ritorno da un viaggio, molti viandanti hanno scoperto quasi le stesse cose:

  • Il viaggiatore non è mai solo.
  • Chi torna non è mai la stessa persona che partì.

Con spirito napoletano, il primo agosto 2018 ho dato inizio al progetto Vento della Seta, un cammino antropologico durato due anni che ha percorso le strade della via della seta da Venezia al Kirghizistan dove mi sono dovuto fermare a causa della pandemia Covid-19.

Veduta di Ala Bell sotto la catena montuosa del Tien Shan (Kirghizistan)

Il fine di questo cammino non era raggiungere Zhoukoudian, Pechino (che sarebbe dovuta essere la tappa finale del mio viaggio), quanto il comprendere che la distanza più vasta che si potesse percorrere è quella che divide due persone. Una meta verticale, dunque, che riconosce nell’incontro il fine ultimo del cammino umano.

Nel mio caso le motivazioni del viaggio affondavano radici in un principio di responsabilità in contrasto con l’attività frenetica della vita moderna. Sono partito dalla considerazione che ci troviamo in un’epoca di contraddizioni dove nonostante una comunicazione immediata interplanetaria, il dialogo tra sé e l’altro è irrimediabilmente indebolito e virtualizzato. Difficile confutare l’impressione che gli individui si percepiscano come cellule sempre più isolate e la profondità degli incontri pare una virtù sempre più rara; di certo il distanziamento del Covid-19 ha ed avrà degli effetti sempre più somatizzati.

È possibile, a questo punto, chiedersi in che modo la narrazione di un viaggio possa essere da supporto alla condizione peculiare nella quale siamo gettati.
Dopo aver attraversato a piedi 12 paesi e due continenti, comunicando con persone delle quali non parlavo la lingua, mi sono reso conto di essere sempre stato alla ricerca di un linguaggio che fosse dell’Uomo e non della cultura.

Ho cenato con pastori, ambasciatori, poliziotti, assassini etc. per scoprire che c’è una sottile costante che accomuna tutti i popoli in questa variegata espressione umana. Andare oltre la maschera sociale alla quale siamo costretti è uno sforzo che recide i preconcetti che ci hanno cresciuto, e che si dileguano confine dopo confine.

Se nel susseguirsi delle epoche, le storie dei viaggiatori hanno riscontrato sempre tanto interesse il segreto si nasconde non nelle mete, non nei fini, ma nella caparbietà d'immettersi nell’ignoto. Però, per cosa dovrebbe essere importante un viaggiatore? Che cos’ha da portare al mondo? Cosa a sé stesso?
Brindisi matrimoniale con gli amici uzbeki di Chubot (Tajikistan)

 Eccola la vera maschera: il confine. Se l’essere umano va oltre quella identità nella quale è stato educato allora riscopre che tutti i cuori sono simili e accoglierli diventa un accogliersi.

Posso dire che questo è in essenza il tesoro che ho trovato alla fine del viaggio e che ho riportato a casa. Il tesoro che nutro e che qui diffondo.

Curando gli elementi del viaggio in questo sito, sarò felice di poter svelare piano piano il significato che veste tutte queste esperienze, che è difficile da poter raccontare anche nel libro pubblicato.

Per cui vi do il benvenuto e vi ringrazio per seguirci in questo piccolo viaggio virtuale attraverso il tempo e le distanze lungo la Via della Seta.

Daniele Ventola

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